La prossima arma contro la Varroa potrebbe arrivare dal veleno di un ragno.
Oppure da una molecola di RNA capace di disturbare la riproduzione dell’acaro.
Sembra l’inizio di un racconto di fantascienza applicato all’apicoltura. In realtà sono due linee di ricerca molto concrete e, soprattutto, molto diverse tra loro.
Nel giugno 2026 un gruppo internazionale di ricercatori ha pubblicato su npj Drug Discovery i risultati di uno screening sistematico di 50 veleni di artropodi contro Varroa destructor. Da due specie di ragno sono emersi altrettanti peptidi capaci di uccidere l’acaro per applicazione topica senza aumentare la mortalità delle api nelle condizioni sperimentali utilizzate.
Nel frattempo un’altra strategia è già uscita dalla sola ricerca sperimentale. Negli Stati Uniti è stato registrato vadescana, un principio attivo a RNA a doppio filamento utilizzato nel prodotto commerciale Norroa™.
Non cerca principalmente di uccidere rapidamente la Varroa adulta.
Interferisce con l’espressione di geni legati alla calmodulina dell’acaro e ne compromette soprattutto la riproduzione.
Due tecnologie.
Due modi completamente diversi di guardare lo stesso nemico.
E una domanda che l’apicoltura dovrà affrontare sempre più spesso: come si controlla un parassita quando gli strumenti utilizzati per anni iniziano a perdere efficacia?
Il problema non è trovare qualcosa che uccida la Varroa
Uccidere un acaro in laboratorio non è necessariamente la parte più difficile.
Il problema è riuscire a colpire Varroa destructor dentro una colonia di api.
La Varroa trascorre la fase foretico-parassitaria sugli individui adulti e si riproduce all’interno delle celle di covata opercolata.
Il bersaglio e l’organismo che vogliamo proteggere sono quindi fisicamente vicinissimi.
È uno dei grandi problemi della lotta alla Varroa.
Una molecola tossica per gli artropodi potrebbe danneggiare anche l’ape. Una sostanza persistente potrebbe lasciare residui nella cera o in altri prodotti dell’alveare. Un trattamento efficace sulle Varroe presenti sulle api adulte può avere difficoltà a raggiungere gli acari protetti dall’opercolo.
A tutto questo si aggiunge un altro problema.
La resistenza.
L’uso ripetuto di acaricidi con lo stesso meccanismo d’azione esercita una pressione selettiva sulle popolazioni di Varroa destructor. Gli individui capaci di sopravvivere meglio al trattamento possono contribuire maggiormente alle generazioni successive.
Nel tempo, l’efficacia di uno strumento può diminuire.
Non è un’ipotesi teorica.
Nel 2026 l’Australia si è trovata davanti a un caso particolarmente istruttivo.
Secondo l’aggiornamento ufficiale del governo australiano, tutti gli Stati con popolazioni di Varroa, ad eccezione dell’Australian Capital Territory, stanno sperimentando resistenza ai due principali gruppi di trattamenti sintetici indicati dalle autorità: piretroidi e formamidine a base di amitraz.
Victoria e South Australia hanno confermato resistenze a entrambi i gruppi nel maggio 2026, dopo precedenti conferme in alcuni apiari del New South Wales settentrionale e del Queensland.
C’è però un dettaglio importante.
Le analisi australiane indicano che gli acari resistenti individuati nel New South Wales e nel Queensland sono associati a un’incursione più recente di Varroa destructor, distinta da quella rilevata per la prima volta nel Paese nel 2022.
Non possiamo quindi raccontare questa vicenda semplicemente come una resistenza sviluppata in Australia in quattro anni.
Il quadro è più complesso.
Resta però intatto il problema generale: quando una popolazione di Varroa resistente si diffonde, strumenti importanti per il controllo dell’acaro possono perdere efficacia.
Ed è in questo contesto che il veleno dei ragni diventa improvvisamente interessante.
Cinquanta veleni contro un acaro
Il gruppo coordinato da Volker Herzig è partito da una grande biblioteca chimica costruita dall’evoluzione.
I veleni degli artropodi.
Ragni e scorpioni utilizzano miscele estremamente complesse di molecole biologicamente attive. Molti peptidi dei veleni con attività contro gli insetti sono già conosciuti.
Molto meno studiati sono invece i peptidi attivi contro altri aracnidi, come ragni, scorpioni e acari.
La Varroa è proprio un acaro.
Appartiene alla classe Arachnida e all’ordine Mesostigmata.
I ragni appartengono alla stessa classe degli aracnidi, ma a un altro ordine: Araneae.
Gli aracnidi velenosi possono predare altri artropodi, compresi altri aracnidi, e i veleni di oltre 53.000 specie viventi di ragni e più di 2.800 specie di scorpioni rappresentano un’enorme riserva di peptidi ancora largamente inesplorata.
I ricercatori si sono chiesti se, in quella biblioteca molecolare, esistessero sostanze capaci di colpire selettivamente Varroa destructor.
Hanno quindi sviluppato un sistema di analisi semi-automatizzato e testato 50 diversi veleni di artropodi, provenienti principalmente da ragni e scorpioni.
La dose utilizzata nello screening iniziale era di 10 microgrammi di veleno applicati direttamente su ogni acaro.
I risultati sono stati sorprendenti.
Dopo due ore, 13 dei 50 veleni avevano causato il 100% di mortalità delle Varroe trattate.
Dopo sei ore erano 17.
Dopo 24 ore, 39 dei 50 veleni testati avevano provocato il 100% di mortalità degli acari.
Il 78%.
Un risultato particolarmente interessante per un motivo.
Ragni e scorpioni normalmente inoculano il veleno attraverso un morso o una puntura. In questo esperimento, invece, i veleni erano stati applicati sulla superficie esterna della Varroa.
E numerosi campioni mostravano comunque attività varroacida.
Gli autori non conoscono ancora con certezza il meccanismo attraverso il quale i peptidi attivi attraversano le barriere esterne dell’acaro.
Potrebbero penetrare attraverso zone più morbide della cuticola oppure attraverso gli spiracoli.
Ma il dato sperimentale rimane.
L’attività varroacida per applicazione topica è risultata sorprendentemente diffusa tra i veleni analizzati.
Due ragni, due peptidi
A quel punto i ricercatori hanno selezionato due veleni dello screening iniziale che avevano prodotto il 100% di mortalità della Varroa tra due e ventiquattro ore dall’applicazione.
Il primo proveniva da Hickmania troglodytes, il ragno delle caverne della Tasmania, appartenente alla famiglia Gradungulidae.
Il secondo da Gigathele gigas, un grande ragno giapponese della famiglia Macrothelidae.
I veleni sono stati separati nelle loro diverse componenti attraverso tecniche cromatografiche.
L’obiettivo era individuare le singole molecole responsabili dell’attività osservata.
Dal veleno di Hickmania troglodytes è stato isolato un peptide denominato μ-gradutoxin-Ht1a, abbreviato Ht1a.
Da Gigathele gigas è emerso invece U1-macrothelitoxin-Gg1a, o Gg1a.
I ricercatori hanno quindi prodotto versioni sintetiche dei due peptidi.
Questo passaggio è importante.
Non bisogna immaginare futuri allevamenti di migliaia di ragni destinati alla raccolta del veleno.
Una volta identificata e caratterizzata la molecola, il peptide può essere prodotto sinteticamente per proseguire la ricerca.
Ed è qui che l’esperimento diventa particolarmente interessante per l’apicoltura.
Uccidere l’acaro senza uccidere l’ape
Le versioni sintetiche di Ht1a e Gg1a sono state applicate direttamente sulle Varroe.
Alla dose di 0,48 microgrammi per acaro entrambi i peptidi hanno ridotto significativamente la sopravvivenza di Varroa destructor rispetto al controllo.
L’effetto non era immediato.
Nelle condizioni sperimentali, l’acido ossalico utilizzato come controllo positivo mostrava una riduzione significativa della sopravvivenza dopo circa due ore.
Per Gg1a il primo effetto significativo diventava osservabile dopo circa 16 ore.
Per Ht1a dopo circa 34 ore.
I peptidi risultavano quindi più lenti dell’acido ossalico nel saggio utilizzato.
Ma il punto decisivo era un altro.
Cosa sarebbe successo alle api?
I ricercatori hanno stimato che la superficie corporea di un’ape fosse circa 34 volte superiore a quella di una Varroa.
Aggiungendo un margine di sicurezza, hanno applicato alle api una dose di peptide 52 volte superiore a quella utilizzata per ogni acaro.
Venticinque microgrammi per ape.
Nelle condizioni dello studio, nessuno dei due peptidi ha provocato una mortalità superiore a quella osservata nel gruppo di controllo.
La Varroa mostrava una riduzione della sopravvivenza.
Le api, nel test utilizzato, no.
È fondamentale fermarsi qui.
Nel test utilizzato.
Non stiamo parlando di un trattamento disponibile per l’apicoltore.
Non esiste oggi un prodotto veterinario a base di Ht1a o Gg1a autorizzato per trattare gli alveari.
Lo studio identifica due molecole candidate.
Restano da affrontare problemi enormi.
Formulazione.
Somministrazione all’interno della colonia.
Distribuzione tra migliaia di api.
Stabilità dei peptidi.
Dosaggio.
Efficacia nelle reali condizioni di apiario.
Valutazione dei residui.
Tossicologia più ampia.
Costi di produzione.
Autorizzazioni.
Gli stessi autori presentano Ht1a e Gg1a come peptidi con una promettente attività varroacida e potenziali candidati per lo sviluppo di nuovi trattamenti.
Candidati.
Non trattamenti pronti all’uso.
La differenza è enorme.
Ma perché il peptide colpisce la Varroa e non l’ape?
Qui la storia diventa ancora più interessante.
Molti peptidi dei veleni di ragno agiscono sui canali ionici.
Sono proteine di membrana fondamentali, tra le altre cose, per la trasmissione dei segnali elettrici nelle cellule eccitabili.
I ricercatori hanno quindi studiato l’effetto di Ht1a sui canali del sodio voltaggio-dipendenti della Varroa e dell’ape.
Ci si poteva aspettare una spiegazione semplice.
Il peptide riconosce il canale della Varroa ma non quello dell’ape.
Non è andata così.
Ht1a ha mostrato attività sui canali del sodio di entrambi gli organismi con una potenza simile.
Eppure, applicato topicamente alle dosi sperimentali, riduceva la sopravvivenza degli acari senza aumentare la mortalità delle api.
La selettività osservata potrebbe quindi non dipendere soltanto dal bersaglio molecolare.
Gli autori ipotizzano differenze nella capacità del peptide di attraversare la cuticola.
La barriera esterna della Varroa potrebbe permettere alla molecola di raggiungere più facilmente il proprio bersaglio.
Un’altra possibilità è che l’ape disponga di meccanismi capaci di inattivare il peptide dopo il suo ingresso.
Per ora non esiste una risposta definitiva.
Ma il principio è affascinante.
La selettività di un trattamento non dipende necessariamente dal fatto che il bersaglio esista soltanto nel parassita.
Può dipendere anche dalla capacità della molecola di raggiungere quel bersaglio.
In altre parole, Varroa e ape possono possedere strutture biologiche simili.
Ma una molecola potrebbe riuscire a raggiungerle con efficienza molto diversa.
Il veleno potrebbe avere già una funzione antiparassitaria in natura
C’è un dettaglio dello studio che merita di essere raccontato.
Gli autori si sono chiesti perché così tanti veleni di artropodi mostrassero attività contro la Varroa quando applicati sulla superficie del corpo.
Ragni e scorpioni normalmente inoculano il veleno nelle loro vittime.
Perché dovrebbero esistere molecole capaci di agire anche per contatto?
Una possibile risposta arriva dagli stessi acari.
Gli autori ricordano che numerosi acari Mesostigmata possono parassitare i ragni.
Varroa destructor appartiene proprio all’ordine Mesostigmata.
Da qui nasce un’ipotesi affascinante, ma ancora da dimostrare.
Alcuni componenti del veleno potrebbero contribuire anche alla difesa degli aracnidi velenosi contro acari parassiti.
Gli autori propongono che questa possibile funzione antiparassitaria possa aiutare a spiegare la sorprendente diffusione dell’attività varroacida osservata nei veleni analizzati.
È un’ipotesi.
Non un fatto dimostrato.
Ma apre una prospettiva interessante.
L’evoluzione potrebbe aver già selezionato molecole attive contro gli acari molto prima che noi iniziassimo a cercare un nuovo trattamento per la Varroa.
Mentre i ragni uccidono la Varroa, l’RNA prova a bloccarne la riproduzione
La seconda strategia segue una strada completamente diversa.
Si chiama RNA interference, o RNAi.
Per comprenderla bisogna fare un piccolo passo dentro la biologia molecolare.
Il DNA contiene l’informazione genetica.
Per esprimere molti geni, la cellula produce molecole di RNA messaggero che portano l’informazione necessaria alla produzione di specifiche proteine.
Semplificando molto:
DNA → RNA → proteina
L’interferenza a RNA permette di disturbare questo processo.
Specifiche molecole di RNA a doppio filamento possono attivare meccanismi cellulari capaci di riconoscere RNA con sequenze corrispondenti e ridurne la disponibilità.
Il gene rimane nel DNA.
Ma la sua espressione viene silenziata o ridotta.
È come possedere il progetto di una macchina e impedire che le istruzioni arrivino correttamente alla linea di montaggio.
Vadescana, Norroa e la calmodulina: facciamo ordine
Qui è importante distinguere tre nomi.
Vadescana è il principio attivo.
È un RNA a doppio filamento, o dsRNA, progettato per colpire l’espressione di geni della calmodulina nella Varroa.
RNA interference è il meccanismo biologico sfruttato.
Il dsRNA innesca il silenziamento di sequenze genetiche bersaglio.
Norroa™ è il prodotto commerciale che utilizza vadescana come principio attivo.
Nel settembre 2025 la U.S. Environmental Protection Agency ha pubblicato la decisione finale di registrazione di vadescana come nuovo principio attivo per il controllo di Varroa destructor negli alveari e di due prodotti finali che lo contengono.
La letteratura scientifica del 2026 descrive Norroa™ come formulazione commerciale di vadescana disponibile negli Stati Uniti.
Quindi non stiamo parlando, come nel caso di Ht1a e Gg1a, soltanto di molecole candidate identificate in laboratorio.
La tecnologia RNAi applicata alla Varroa ha già raggiunto la fase di utilizzo commerciale negli Stati Uniti.
Questo non significa che sia autorizzata o disponibile per l’apicoltore italiano.
La registrazione statunitense non equivale a un’autorizzazione europea o italiana.
Perché colpire la calmodulina?
La calmodulina è una proteina capace di legare gli ioni calcio.
Partecipa alla regolazione di numerosi processi cellulari attraverso l’interazione con enzimi, canali ionici e regolatori della trascrizione.
Vadescana è stata progettata per colpire l’espressione della calmodulina nella Varroa.
Gli studi condotti in mini-alveari sperimentali hanno mostrato che il trattamento può ridurre l’espressione di due geni paraloghi: un gene della calmodulina e un gene calmodulin-like di Varroa destructor.
L’effetto osservato sulla Varroa adulta non sembra essere principalmente una rapida mortalità diretta.
Il risultato più evidente riguarda la riproduzione.
Nelle colonie sperimentali, la grande maggioranza delle fondatrici esposte a vadescana non ha prodotto discendenti.
Alle concentrazioni di 2 e 8 grammi per litro, le fondatrici hanno prodotto mediamente circa 0,13 e 0,16 discendenti per acaro.
Nei due gruppi di controllo, le medie erano invece circa 2,04 e 2,57 discendenti per fondatrice.
In alcune Varroe recuperate dagli alveari sperimentali trattati è stata osservata una massa bianca e viscosa sotto la placca genitale.
I ricercatori la descrivono come una struttura simile a una massa di uovo malformata.
In alcuni casi sembrava persino interferire con le zampe e il movimento dell’acaro.
Le analisi successive suggeriscono che vadescana sopprima la riproduzione soprattutto attraverso un disturbo precoce dello sviluppo embrionale.
L’RNA non sembra quindi agire semplicemente come un veleno che uccide rapidamente la Varroa adulta.
Interferisce con un processo biologico essenziale per la crescita della popolazione dell’acaro.
Non abbattere subito la popolazione. Impedirle di crescere
È una differenza concettuale enorme.
Gran parte della lotta tradizionale alla Varroa viene osservata attraverso la mortalità.
Quante Varroe cadono?
Quante ne abbiamo uccise?
Qual è l’efficacia percentuale del trattamento?
Con un sistema che interferisce con la riproduzione, il ragionamento cambia.
Una Varroa adulta può rimanere viva.
Ma se entra nella covata e non riesce a completare normalmente la produzione di una nuova generazione, la dinamica della popolazione viene modificata.
Il bersaglio non è più soltanto il singolo acaro.
È la crescita della popolazione di acari.
Questo spiega anche perché i risultati dei trattamenti a RNA debbano essere interpretati in modo diverso rispetto a quelli di un acaricida ad azione rapida.
Nei trial di campo statunitensi pubblicati nel 2026, Norroa™ contenente vadescana a 4 grammi per litro è stato applicato in primavera a colonie gestite.
Nelle condizioni dello studio, le colonie trattate hanno mantenuto livelli di Varroa inferiori alla soglia di tre acari ogni cento api per l’intero periodo di osservazione di 18 settimane.
Gli autori hanno però sottolineato che l’efficacia era influenzata dal livello iniziale di infestazione.
Le colonie che partivano con popolazioni di Varroa più elevate mostravano anche livelli finali più elevati.
Il trattamento, quindi, non cancella la situazione di partenza.
Negli studi condotti in Nuova Zelanda il quadro è risultato ancora più istruttivo.
Dopo dodici settimane, le colonie trattate con vadescana mostravano popolazioni di Varroa significativamente inferiori rispetto ai controlli non trattati e, in quelle condizioni, comparabili al gruppo trattato con un miticida sintetico.
Successivamente i due siti sperimentali hanno seguito traiettorie differenti.
In un sito i livelli di Varroa sono rimasti relativamente bassi.
Nell’altro hanno superato i venti acari ogni cento api dopo diciotto settimane.
Perché?
Gli studi non forniscono ancora una risposta definitiva.
Dimensione iniziale della colonia.
Infestazione di partenza.
Quantità di covata.
Periodo stagionale.
Gestione dell’apiario.
Sono tutte variabili che possono contribuire al risultato.
Ed è proprio questa una delle lezioni più importanti.
La biotecnologia non cancella la biologia dell’alveare.
Veleno e RNA non sono la stessa guerra
A prima vista Ht1a, Gg1a e vadescana sembrano appartenere allo stesso grande capitolo.
Nuove tecnologie contro la Varroa.
In realtà rappresentano strategie profondamente diverse.
I peptidi del veleno di ragno cercano una mortalità selettiva.
Colpire l’acaro.
Risparmiare l’ape.
L’interferenza a RNA cerca una alterazione altamente specifica dell’espressione genica.
Nel caso di vadescana, colpire geni legati alla calmodulina e compromettere soprattutto la riproduzione dell’acaro.
Una strategia parte da molecole naturali selezionate dall’evoluzione nei veleni degli aracnidi.
L’altra utilizza una sequenza di dsRNA progettata per interferire con uno specifico bersaglio genetico.
Ed entrambe cercano di affrontare lo stesso problema fondamentale.
La selettività.
Per decenni gran parte della ricerca ha cercato sostanze abbastanza tossiche per la Varroa e abbastanza tollerabili per l’ape.
Le nuove tecnologie permettono di formulare domande più precise.
La cuticola della Varroa presenta vulnerabilità sfruttabili?
Quali canali ionici possono essere colpiti?
Quali geni sono indispensabili per la riproduzione?
Quali processi cellulari possono essere disturbati senza danneggiare l’ape?
Più conosciamo il parassita, più il bersaglio può diventare preciso.
Significa che abbiamo risolto il problema Varroa?
No.
E sarebbe irresponsabile sostenerlo.
Ht1a e Gg1a devono ancora superare una lunga serie di ostacoli prima di poter diventare, eventualmente, strumenti per l’apicoltura.
Formulazione.
Distribuzione all’interno dell’alveare.
Stabilità.
Dosaggio.
Costi di produzione.
Effetti sulle colonie nel lungo periodo.
Residui nei prodotti dell’alveare.
Tossicologia.
Autorizzazioni.
Efficacia nelle reali condizioni di apiario.
Vadescana è molto più avanti nello sviluppo ed è già il principio attivo di prodotti registrati negli Stati Uniti.
Ma anche l’RNA interference non è immune dai problemi evolutivi.
La review scientifica pubblicata nel 2026 su Norroa™ sottolinea esplicitamente che l’evoluzione di resistenza ai trattamenti basati su dsRNA rimane biologicamente plausibile.
La selezione sperimentale di resistenza al dsRNA è già stata osservata in altri insetti bersaglio.
Non significa che la Varroa abbia già sviluppato resistenza a vadescana.
Significa che il rischio deve essere considerato prima che il problema compaia.
La Varroa non ha firmato un contratto con la biotecnologia.
Continuerà a essere sottoposta alla selezione naturale.
La vera rivoluzione potrebbe essere smettere di cercare l’arma definitiva
Forse il problema è proprio l’idea dell’arma definitiva.
Ogni volta che compare un nuovo trattamento, una parte del mondo apistico tende a raccontarlo come la soluzione finale.
La molecola che eliminerà la Varroa.
Il dispositivo che renderà inutili i trattamenti.
L’ape resistente.
Il fungo.
L’RNA.
Adesso il veleno di ragno.
Ma Varroa destructor è un organismo vivente inserito in un sistema biologico complesso.
E gli organismi viventi evolvono.
La diffusione di popolazioni resistenti agli acaricidi sintetici mostra quanto possa essere fragile un sistema eccessivamente dipendente da pochi meccanismi d’azione.
Per questo il futuro della lotta alla Varroa probabilmente non sarà una singola molecola.
Potrebbe essere una cassetta degli attrezzi biologicamente diversificata.
Monitoraggio.
Interruzione della covata.
Selezione di api con caratteri di resistenza alla Varroa.
Controlli biotecnici.
Acidi organici.
Acaricidi autorizzati con differenti meccanismi d’azione.
RNA interference.
Peptidi selettivi.
E, probabilmente, tecnologie che oggi non conosciamo ancora.
Il principio della gestione integrata dei parassiti nasce esattamente da questo.
Non affidare l’intero sistema a una sola arma.
Conoscere il livello di infestazione.
Intervenire con strumenti appropriati.
Verificare l’efficacia.
Gestire i meccanismi d’azione.
Ridurre, quando possibile, la pressione selettiva.
Perché la Varroa non deve essere soltanto trattata.
Deve essere gestita come popolazione biologica.
Il ragno, l’acaro e l’alveare
C’è qualcosa di quasi ironico in questa storia.
Un acaro aracnide è il principale parassita dell’ape occidentale.
E altri aracnidi potrebbero contenere molecole utili per combatterlo.
Il ragno delle caverne della Tasmania non ha evoluto il proprio veleno per aiutare gli apicoltori.
Gigathele gigas non ha mai avuto come obiettivo la Varroa di un alveare europeo.
Eppure milioni di anni di interazioni tra predatori, prede e parassiti hanno prodotto una biblioteca chimica immensa.
Noi abbiamo appena iniziato a leggerla.
Nello stesso momento, la biologia molecolare ci permette di fare qualcosa che fino a pochi decenni fa sarebbe sembrato impossibile.
Non colpire genericamente un artropode.
Ma progettare una sequenza di RNA capace di interferire con l’espressione di specifici geni di un acaro parassita.
Il veleno di ragno e l’RNA sembrano due mondi lontanissimi.
In realtà raccontano la stessa trasformazione.
La lotta alla Varroa sta diventando una lotta sempre più basata sulla conoscenza della Varroa.
Della sua cuticola.
Dei suoi canali ionici.
Dei suoi geni.
Della sua riproduzione.
Della dinamica delle sue popolazioni.
Forse la prossima grande arma contro Varroa destructor non sarà semplicemente più potente.
Sarà più precisa.
E questa, per le api, potrebbe essere la differenza più importante.
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