Se sei apicoltore, prima o poi ci sbatti il naso: apri un melario che pensavi intatto, e dentro trovi non miele dorato, ma un campo di battaglia fatto di buchi, fili di seta, favi sbriciolati. Benvenuto nel regno della tarma della cera.
Per molti apicoltori la tarma è “il diavolo in persona”: silenziosa, invisibile di giorno, ma capace di trasformare in polvere mesi di lavoro delle api (e tuoi). Eppure, come spesso accade in natura, la tarma non è solo nemico. Ha un ruolo ecologico, e negli ultimi anni la scienza ha scoperto che i suoi enzimi potrebbero persino aiutarci a risolvere uno dei problemi più grandi dell’umanità: la plastica.
In questo articolo scopriremo tutto sulla tarma della cera: biologia, ciclo vitale, danni, prevenzione, lotta, curiosità storiche e usi inaspettati.
Chi è la tarma della cera
Con il nome “tarma della cera” in realtà indichiamo due specie di lepidotteri notturni (farfalline simili a quelle che trovi nella dispensa, ma più specializzate):
- Galleria mellonella → detta grande tarma della cera. È la più diffusa, più robusta, la vera rovina degli apicoltori.
- Achroia grisella → detta piccola tarma della cera. Meno devastante, ma comunque fastidiosa.
Sono insetti notturni, fotofobi (odiano la luce), e si sviluppano soprattutto in ambienti caldi, poco arieggiati e ricchi di residui di cera.
Aspetto da adulta: la falena che non ti aspetti
L’adulto è una falena notturna di colore grigio-bruno, con ali lunghe e strette che a riposo tengono piegate a tetto sopra il corpo. Non è vistosa: se la vedi svolazzare nel tuo laboratorio sembra una semplice farfallina innocua. Non ha apparato boccale funzionale, quindi non si nutre: il suo unico scopo è accoppiarsi e deporre uova. Una femmina può produrne fino a 1.500 in pochi giorni. Ed è da lì che parte l’incubo.
Aspetto da piccola: il vero problema
Dalle uova nascono larve biancastre, lunghe fino a 2 cm, con testa scura e corpo flessibile. È la larva – non l’adulto – a devastare gli alveari.
Le piccole tarme scavano gallerie nei favi, ricoprendoli di fili sericei simili a ragnatele. Mangiano cera, miele, resti di bozzoli e polline, trasformando i telaini in un campo minato. Possono anche danneggiare il legno delle arnie e perfino i materiali di magazzino. È lo stadio larvale che porta gli apicoltori a “imprecare” in più lingue.
Ciclo biologico della tarma
Il ciclo vitale dipende molto dalla temperatura:
- Uova – deposte in fessure, intercapedini dei telaini, angoli dell’arnia. Schiudono in 5–8 giorni a 30 °C; fino a 30 giorni a temperature più basse.
- Larve – lo stadio distruttivo. Le larve scavano gallerie nei favi, si nutrono di cera, propoli, bozzoli di covata sfarfallata e detriti organici. Più sporco e vecchio è il favo, più la tarma lo ama.
- Pupe – si impupano dentro un bozzolo sericeo, spesso incastrato nel legno dei telaini. Durata 1–2 settimane.
- Adulti – non si nutrono (non hanno apparato boccale sviluppato), vivono solo per riprodursi. La femmina depone subito le uova e muore.
In estate, il ciclo completo può durare solo 6 settimane, con più generazioni nello stesso anno. Nei climi miti, la tarma sopravvive tutto l’anno.
Perché attacca gli alveari
Le larve non mangiano la cera “pura”: hanno bisogno dei residui di bozzoli larvali e di proteine (pollini, detriti, resti organici). Per questo preferiscono:
- favi vecchi, neri, riutilizzati più volte;
- telaini di covata;
- magazzini con favi non custoditi dalle api.
In un alveare forte, la tarma raramente prospera: le api sorvegliano e rimuovono le larve. Ma in arnie deboli, orfane o abbandonate, la tarma dilaga in poche settimane.
I danni per l’apicoltore
- Favi bucati e inutilizzabili: le larve scavano gallerie, lasciando fili sericei che ostacolano le api.
- Miele contaminato: puzza di muffa, sapore alterato.
- Cera distrutta: impossibile da riutilizzare per la lavorazione.
- Telaini rovinati: le pupe scavano persino nel legno.
Il danno non è solo economico: se perdi i favi costruiti, le api devono ricostruirli da zero → più fatica per loro, meno miele per te.
Prevenzione naturale e pratiche apistiche
Qui si gioca la vera partita: prevenire è molto più efficace che curare.
- Api forti e arnie sane
- Una famiglia vigorosa tiene a bada la tarma.
- Non lasciare favi in arnie deboli o orfane.
- Igiene dell’apiario
- Togli subito favi troppo vecchi o neri.
- Non accumulare telaini sporchi.
- Conservazione dei favi
- Congelamento: -18 °C per 24–48 ore uccide uova e larve.
- Atmosfera modificata: CO₂ o azoto in ambienti chiusi.
- Ventilazione e luce: i locali ariosi e luminosi scoraggiano la tarma.
- Rotazione dei favi
- Mai tenere un favo oltre 3 anni.
- Eliminare regolarmente la cera vecchia.
- Ispezione regolare
- Controlla i magazzini di favi almeno una volta al mese in estate.
Metodi storici e rimedi popolari
Prima di congelatori e CO₂, i nostri nonni usavano… l’ingegno.
- Zolfo: bruciato nei locali chiusi.
- Foglie di noce, assenzio, lavanda, timo: messe tra i favi come repellenti naturali. L’efficacia è parziale, ma almeno profumavano l’ambiente.
- Aceto e fumo: altri sistemi casalinghi, più folclore che scienza.
Metodi moderni e biologici
- Bacillus thuringiensis var. aizawai (Bt-A) → un batterio che produce tossine letali per le larve di tarma. Viene spruzzato sui favi (non contaminati con miele). È biologico e non lascia residui.
- Anidride carbonica → saturazione dei locali di stoccaggio.
- Conservazione a freddo → la più diffusa e sicura.
- Trappole a feromoni → usate più per monitoraggio che per lotta vera e propria.
Cosa NON funziona (sfatiamo i miti)
- Mettere i favi in sacchi di plastica senza sigillarli bene (le tarme entrano lo stesso).
- Rimedi “magici” trovati sui forum: naftalina (tossica e vietata), benzina (!!), spray chimici da supermercato.
- Affidarsi solo alle erbe aromatiche: profumano, ma non fermano un’infestazione seria.
La tarma come alleata
Ecco la parte sorprendente. Nel 2017 un team di ricercatori spagnoli ha scoperto che le larve di tarma possono degradare la plastica (polietilene) grazie a enzimi presenti nella loro saliva (Bombelli et al., Current Biology, 2017).
Un favo infestato può diventare un laboratorio di biotecnologia!
Altri studi hanno testato estratti di larve come potenziali rimedi in apiterapia sperimentale (per artrite e malattie respiratorie), ma le evidenze cliniche sono ancora limitate.
Infine, nel ciclo ecologico naturale, la tarma aiuta a “riciclare” i favi vecchi non più utilizzati dalle api. Un insetto spazzino, in fondo.
Consigli pratici per apicoltori
Checklist anti-tarma:
- Mantieni famiglie forti.
- Congela i favi prima dello stoccaggio.
- Usa locali luminosi e arieggiati.
- Non accumulare cera vecchia.
- Controlla periodicamente i magazzini.
- Usa Bt-A solo se serve, evitando residui sui melari.
Curiosità e aneddoti storici
- Nel manuale di apicoltura di Charles Dadant (fine ‘800) la tarma della cera veniva descritta come uno dei principali problemi per gli apicoltori inesperti, sottolineando la facilità con cui i favi potevano essere danneggiati dalle larve.
- Nel Medioevo, alcuni monaci cistercensi bruciavano incensi forti come ginepro e mirra nei locali dove conservavano i favi, per proteggere la cera dagli insetti.
- Le tradizioni dialettali legate alla tarma della cera non risultano documentate in fonti scritte affidabili: eventuali nomi locali, come “‘l verm’ de la sera”, appartengono alla trasmissione orale e non sono attestati in testi storici o manuali di apicoltura.
Nota arceviese
Ad Arcevia e nei dintorni, gli apicoltori di un tempo conservavano i favi nelle cantine fresche delle case coloniche, insieme al vino e al formaggio. Era un metodo empirico ma efficace: il fresco rallentava la tarma e, se qualche larva compariva, bastava scuotere i telaini o dare una passata veloce col coltello. Una lotta contadina, senza manuali né chimica, ma con tanto buon senso.
Conclusione
La tarma della cera non è un mostro alieno, ma un insetto che fa il suo mestiere: riciclare la cera vecchia. Per l’apicoltore è un problema serio, ma gestibile con metodo. Non serve disperarsi né usare rimedi tossici: basta combinare buone pratiche apistiche e un po’ di tecnologia moderna.
E ricordati: se un giorno troveremo il modo di riciclare la plastica grazie a lei, la tarma passerà alla storia non più come il nemico dell’apicoltore, ma come una piccola farfalla che ha aiutato l’umanità intera.
Bibliografia e fonti
- Crane, E. (1990). Bees and Beekeeping: Science, Practice and World Resources. Heinemann Newnes.
- Dadant, C. (1889). The Hive and the Honey Bee. Dadant & Sons.
- Morse, R.A., & Hooper, T. (1985). The Illustrated Encyclopedia of Beekeeping. Blandford.
- Shimanuki, H., Knox, D.A. (1991). Diagnosis of Honey Bee Diseases. USDA.
- Kwadha, C.A. et al. (2017). “The biology and control of the greater wax moth, Galleria mellonella.” Insects, 8(2): 61.
- Bombelli, P., Howe, C.J., Bertocchini, F. (2017). “Polyethylene bio-degradation by caterpillars of the wax moth Galleria mellonella.” Current Biology, 27(8), R292–R293.
- Sammataro, D., Avitabile, A. (2011). The Beekeeper’s Handbook. Cornell University Press.




