Dal Pacifico all’alveare: El Niño può cambiare anche il miele italiano?

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Un’anomalia nata nell’oceano Pacifico può influenzare ciò che le api raccolgono nelle campagne italiane? Il collegamento è possibile, ma è indiretto, probabilistico e molto più complesso di quanto suggeriscano molti titoli sul clima.

Nel Pacifico equatoriale, a migliaia di chilometri dall’Italia, oceano e atmosfera possono cambiare assetto per molti mesi. Le temperature superficiali del mare si discostano dalla media, si modificano i venti tropicali e cambiano la distribuzione delle precipitazioni in vaste aree del pianeta. È il fenomeno noto come El Niño.

Ma può davvero arrivare fino a un alveare italiano? Può ridurre un raccolto, anticipare una fioritura o cambiare il miele prodotto in una stagione?

La risposta scientificamente corretta è questa: El Niño può concorrere a creare condizioni meteorologiche capaci di influire sulle api e sulle risorse floreali, ma non permette, da solo, di prevedere il raccolto italiano né di attribuire una singola grandinata, una siccità locale o una produzione scarsa a ciò che accade nel Pacifico.

Fra El Niño e un vasetto di miele esiste una lunga catena di passaggi. Saltarne anche uno significa trasformare una relazione possibile in una spiegazione troppo semplice.

El Niño non è soltanto acqua più calda

El Niño è la fase calda dell’El Niño-Southern Oscillation, abbreviata in ENSO: un’oscillazione naturale accoppiata fra oceano e atmosfera nel Pacifico tropicale. Durante El Niño, le temperature superficiali del Pacifico equatoriale centrale e orientale risultano superiori alla norma e cambiano anche pressione, venti e convezione atmosferica. La fase fredda prende il nome di La Niña; fra le due si collocano condizioni neutrali.

Non basta quindi osservare un mare più caldo per dichiarare El Niño: deve emergere un accoppiamento coerente fra componente oceanica e atmosferica. È questo sistema, descritto dalla NOAA, a modificare la circolazione tropicale e a produrre le cosiddette teleconnessioni, cioè associazioni climatiche riconoscibili anche molto lontano dall’area d’origine.

ENSO è una modalità naturale di variabilità del sistema climatico. Questo non significa che le sue caratteristiche e i suoi impatti siano necessariamente immuni all’influenza delle attività umane sul sistema climatico: l’IPCC segnala ancora incertezze sulle future modificazioni delle teleconnessioni di ENSO. Significa, più precisamente, che attribuire l’esistenza di un singolo episodio di El Niño al cambiamento climatico sarebbe improprio. Ogni episodio si sviluppa inoltre su una temperatura media globale oggi più elevata rispetto all’epoca preindustriale. È quindi necessario distinguere sempre tre livelli: la tendenza climatica di lungo periodo, la variabilità naturale legata a ENSO e il singolo evento meteorologico.

Curiosità: perché si chiama El Niño?
Il nome non nacque in un centro di calcolo. I pescatori sudamericani lo usarono per indicare il riscaldamento delle acque che tendeva a manifestarsi intorno a Natale: in spagnolo El Niño richiama infatti “il Bambino”, cioè il Bambino Gesù. In seguito il termine è passato a indicare la fase calda del più ampio sistema oceano-atmosfera oggi chiamato ENSO (NOAA Pacific Marine Environmental Laboratory).

Aggiornamento: settembre 2026

Il Climate Prediction Center della NOAA, nel bollettino del 10 settembre 2026, ha classificato il sistema in condizioni di El Niño e ha indicato una probabilità superiore al 90% che l’evento diventi molto forte durante l’autunno e l’inverno 2026–2027. Lo stesso bollettino precisa che, anche con un evento di grande intensità, gli impatti tipicamente associati a El Niño diventano più probabili, ma non sono garantiti.

Questa informazione rende il tema attuale, ma non autorizza previsioni automatiche per l’Italia. Il bollettino ENSO viene aggiornato periodicamente: il dato riportato fotografa la situazione alla data indicata e non deve essere letto come una previsione meteorologica locale.

Lo sapevi?
La forza di El Niño viene valutata attraverso anomalie termiche medie in specifiche regioni del Pacifico e su periodi di più mesi. Un El Niño “forte” non significa che ogni suo possibile effetto sarà forte in ogni parte del mondo.

L’influenza sull’Europa esiste, ma è difficile da isolare

Gli effetti di ENSO sono più robusti e prevedibili nelle regioni tropicali e in alcune aree affacciate sul Pacifico. Sull’Europa il segnale è generalmente più debole e meno stabile, perché deve attraversare l’intero sistema atmosferico e interagisce con altri grandi motori della variabilità euro-atlantica.

La letteratura scientifica ha individuato associazioni fra ENSO e alcuni schemi di temperatura, precipitazione e circolazione atmosferica europei. Tuttavia, tali associazioni dipendono dalla stagione, dalla posizione e dall’intensità dell’anomalia nel Pacifico, nonché dallo stato dell’Atlantico settentrionale, della corrente a getto e di altre oscillazioni atmosferiche. Una revisione dedicata all’influenza di ENSO sul clima europeo evidenzia proprio la modulazione stagionale e la complessità del segnale.

Uno studio pubblicato nel 2025 mostra che il collegamento statistico tra ENSO e la circolazione atmosferica del Nord Atlantico all’inizio dell’inverno – soprattutto nei mesi di novembre e dicembre – non è rimasto invariato nel corso del Novecento. In alcuni periodi di più decenni il segnale di El Niño sull’area europea è risultato più riconoscibile, in altri più debole o assente. In altre parole, El Niño non produce sempre la stessa risposta atmosferica sull’Europa: i suoi effetti dipendono anche dalle condizioni di fondo degli oceani e dell’atmosfera. Questo rende le previsioni stagionali europee più difficili e conferma che non è possibile ricavare automaticamente da El Niño una previsione meteorologica per l’Italia.

Per questo non esiste una regola scientifica del tipo “El Niño uguale inverno mite in Italia” oppure “El Niño uguale più grandine nelle Marche“. Può cambiare le probabilità di determinate configurazioni atmosferiche; non decide il tempo di una provincia e non consente di spiegare retroattivamente ogni anomalia osservata.

Dal Pacifico al melario: la catena causale reale

Per raggiungere il miele italiano, l’eventuale influenza di El Niño deve attraversare diversi livelli:

ENSO → circolazione atmosferica su larga scala → andamento meteorologico regionale e locale → fisiologia e fioritura delle piante → attività di bottinamento → bilancio della colonia → miele raccolto.

La robustezza scientifica diminuisce man mano che si prova a collegare un indice oceanico globale a un singolo apiario. A ogni passaggio intervengono infatti nuovi fattori: altitudine, esposizione, suolo, disponibilità idrica, specie vegetali, microclima, forza della colonia, stato sanitario e gestione dell’apicoltore.

Possiamo documentare solidamente gli effetti del meteo sulle piante e sull’attività delle api. Molto più difficile è dimostrare che un determinato raccolto italiano sia cambiato a causa di El Niño.

Il fiore visibile non garantisce il nettare

Una fioritura abbondante non equivale automaticamente a un buon flusso nettarifero. La secrezione di nettare dipende dalla specie vegetale e da variabili come disponibilità idrica, temperatura, umidità dell’aria, radiazione solare, condizioni del suolo e fase di sviluppo del fiore.

La siccità può ridurre il numero dei fiori, il volume di nettare per fiore o la durata dell’offerta e modificarne la concentrazione zuccherina. Ma la risposta non è identica in tutte le piante: alcune specie compensano parzialmente, altre reagiscono in modo marcato e perfino fiori maschili e femminili possono rispondere diversamente.

Un esperimento pubblicato nel 2025 su Scientific Reports ha valutato quattro regimi idrici su 120 piante di zucchino (Cucurbita pepo) coltivate in vaso e in serra. Nelle condizioni di siccità più severe è diminuita l’offerta energetica complessiva di nettare, con risposte in parte differenti fra fiori maschili e femminili. Gli stessi autori chiedono ulteriori verifiche in pieno campo. Lo studio dimostra un meccanismo biologico plausibile e misurabile in quella specie e in quelle condizioni, non fornisce una percentuale universale applicabile all’acacia, al castagno o al millefiori italiano (Frigero et al., 2025).

È una distinzione importante: vedere molti fiori e osservare pochi aumenti di peso dell’arnia non è necessariamente una contraddizione. Il paesaggio può apparire “in fiore” senza offrire alle api un flusso nettarifero abbondante o sufficientemente continuo.

Pioggia: risorsa per le piante, ostacolo per le api

La pioggia non è in assoluto favorevole o sfavorevole all’apicoltura. L’acqua accumulata nel suolo può sostenere la vegetazione e la successiva produzione di nettare. La pioggia durante una fioritura, invece, può ridurre le finestre di volo e modificare la disponibilità immediata della risorsa.

Una revisione sugli effetti delle precipitazioni nelle interazioni fra piante e impollinatori mostra che la pioggia può agire contemporaneamente sugli insetti, sulla struttura dei fiori, sul polline e sul nettare. Gli effetti dipendono però dall’intensità e dalla durata della precipitazione, dalle caratteristiche del fiore e dall’organismo considerato.

Per le api mellifere, parlare semplicemente di “giorno piovoso” è quindi poco informativo. Una breve precipitazione e una perturbazione persistente non sono equivalenti. Conta soprattutto quante ore utili al volo coincidano con il periodo, spesso breve, nel quale una determinata pianta offre nettare.

Anche l’umidità richiede cautela. Un’atmosfera molto umida riduce il potenziale fisico di evaporazione, ma il contenuto d’acqua del miele maturo non si deduce direttamente dall’umidità esterna: entrano in gioco ventilazione, temperatura dell’alveare, durata della maturazione, concentrazione iniziale del nettare e comportamento della colonia.

Temperatura, luce e vento modificano il bottinamento

Il volo delle api non dipende da una singola soglia termica valida ovunque. Una revisione del 2025 sugli effetti meteorologici di breve periodo sulla produzione di miele raccoglie risultati molto variabili: temperatura, radiazione solare, vento e precipitazioni influenzano l’attività di volo e la disponibilità delle risorse, ma gli intervalli osservati cambiano con popolazione, stagione, ambiente e metodo di studio.

Un esperimento condotto su due colonie e due stagioni di bottinamento ha mostrato che temperatura e radiazione solare spiegavano gran parte della variazione osservata nel numero di api in uscita. È un risultato interessante, ma riferito a due alveari e non una legge universale (Clarke e Robert, 2018).

Anche il vento riduce generalmente l’efficienza del bottinamento, ma non esiste un valore unico oltre il quale tutte le api smettano di volare. Contano intensità e direzione delle raffiche, distanza della risorsa, morfologia del territorio e presenza di ostacoli o ripari. Un apiario protetto da una siepe e uno esposto su un crinale possono registrare attività molto diverse nello stesso giorno.

Caldo estremo: una colonia resistente, non invulnerabile

Le colonie di Apis mellifera possiedono una notevole capacità di termoregolazione. Nella zona di covata mantengono normalmente una temperatura relativamente stabile attraverso ventilazione, distribuzione dell’acqua, raffreddamento evaporativo e variazioni nella disposizione delle operaie.

Questa stabilità ha però un costo. Il raffreddamento richiede acqua, api impegnate nel trasporto e nella ventilazione ed energia. Durante condizioni molto calde, una parte della forza lavoro può essere riallocata dal bottinamento alla regolazione del nido. La ricerca sulla termoregolazione delle colonie mostra l’efficacia dei meccanismi collettivi, ma anche quanto essi dipendano dalla capacità della colonia di mobilitare individui e risorse.

Il caldo può agire anche fuori dall’arnia, modificando la fisiologia delle piante, la durata della fioritura e le ore nelle quali il nettare è disponibile. Non è quindi corretto attribuire ogni calo produttivo al “calore dentro l’alveare“: spesso il primo limite si trova nel paesaggio circostante.

Grandine: effetto evidente, dati apistici ancora deboli

La grandine può lacerare foglie, spezzare germogli, colpire infiorescenze e danneggiare frutti. Se arriva durante una fioritura breve e concentrata, è ragionevole attendersi una riduzione della risorsa disponibile nell’area colpita.

Qui, però, occorre fermarsi un passo prima della certezza: la letteratura specifica che quantifica l’effetto di una grandinata sulla produzione di miele di un apiario è scarsa. Il danno alle piante è agronomicamente documentato; il passaggio dal danno floreale alla perdita di chilogrammi di miele dipende dall’estensione della fascia colpita, dalle specie presenti, dal momento fenologico e dalla disponibilità di risorse alternative nel raggio di volo.

Non possiamo quindi sostenere che una grandinata riduca sempre il raccolto né assegnarle una percentuale standard. Possiamo affermare che rappresenta un possibile shock locale sulla disponibilità floreale, da verificare attraverso osservazione della vegetazione e andamento del peso delle colonie.

La grandine mostra bene la differenza fra un fatto visibile e la sua attribuzione climatica. Il danno al fiore può essere evidente; stabilire se quella specifica grandinata sia stata causata o resa più probabile da El Niño o dal cambiamento climatico richiede invece studi di attribuzione dedicati.

Il vero fattore critico è spesso la sequenza degli eventi

Per un alveare conta raramente un solo valore medio. Conta la successione temporale.

Un periodo mite può anticipare lo sviluppo della vegetazione e della colonia. Se segue una gelata tardiva, possono essere colpiti proprio i tessuti vegetali entrati precocemente in attività. Piogge utili a ricaricare il terreno possono diventare sfavorevoli se persistono durante i pochi giorni di una fioritura importante. Dopo mesi asciutti, un temporale violento può produrre molti millimetri d’acqua senza recuperare una fioritura già compromessa né cancellare rapidamente il deficit idrico accumulato.

Perciò le medie mensili possono nascondere ciò che interessa davvero all’apicoltore. Due mesi con uguale precipitazione totale possono avere effetti opposti se in uno piove regolarmente e nell’altro quasi tutta l’acqua cade in poche ore.

Lo stesso vale per la temperatura: una media apparentemente normale può derivare dall’alternanza fra caldo precoce e brusco ritorno del freddo. Dal punto di vista biologico, non è necessariamente una stagione normale.

In quale senso può cambiare il miele italiano?

Il meteo può incidere sulla quantità di nettare raccolta e sulla durata dei flussi nettariferi. Può favorire una risorsa e penalizzarne un’altra, modificando il contributo relativo delle specie vegetali visitate. Può rendere difficile ottenere un miele monoflora in un’area e in un’annata determinate oppure spostare il calendario del raccolto.

Questo non significa che El Niño lasci nel vasetto una firma chimica identificabile. Non esiste un “miele di El Niño” e dall’analisi di un campione non si può risalire direttamente allo stato del Pacifico.

La formulazione corretta è più limitata: se ENSO contribuisce a modificare l’andamento meteorologico che interessa una regione italiana, quell’andamento può a sua volta cambiare la disponibilità delle risorse, l’attività delle api e quindi quantità e composizione botanica del raccolto. Dimostrare l’intera catena causale per una specifica annata richiederebbe però dati climatici, fenologici e apistici coerenti, confrontati su scale temporali adeguate.

La considerazione ApiBuzz: l’alveare come sensore biologico del territorio

Per capire se le stagioni stanno davvero cambiando non basta ricordare che “una volta l’acacia produceva di più“. La memoria seleziona gli anni eccezionali e tende a semplificare le sequenze meteorologiche.

Un alveare può essere considerato, con la dovuta cautela, un sensore biologico del territorio. Migliaia di bottinatrici esplorano contemporaneamente il paesaggio e rispondono alle condizioni combinate di fioriture, disponibilità di nettare, vento, temperatura e pioggia. L’attività collettiva e la variazione di peso dell’arnia diventano così una traccia integrata di ciò che accade alla colonia nel suo ambiente.

Ma una bilancia non è un “rivelatore di nettare” infallibile. Nell’arco della giornata il peso cambia anche quando le bottinatrici escono e rientrano, per l’acqua trasportata o evaporata e per il consumo interno. Studi sul monitoraggio continuo mostrano che le oscillazioni infragiornaliere contengono informazioni sull’attività della colonia, mentre serie più lunghe permettono di riconoscere accumulo delle risorse, consumo e differenze legate al paesaggio (Meikle et al., 2008; Czekońska et al., 2023). Il singolo aumento o calo giornaliero, preso da solo, non identifica però la causa.

Questa è la considerazione ApiBuzz: l’apicoltura può diventare una forma concreta di osservazione ecologica, ma soltanto quando il dato dell’arnia viene messo in relazione con il meteo locale, le fioriture e lo stato reale della colonia. Un indice oceanico racconta il contesto globale; una stazione meteorologica descrive ciò che accade in un luogo; la bilancia registra la risposta complessiva dell’alveare. Nessuno dei tre dati, isolatamente, racconta l’intera storia.

Una coincidenza quasi perfetta
Alla University of California, Davis esiste davvero l’E. L. Niño Bee Lab, diretto dall’entomologa Elina L. Niño e dedicato alla salute delle api e alla ricerca apistica. Il nome del laboratorio non deriva dal fenomeno climatico: è una coincidenza anagrafica. Ma per un articolo che collega El Niño e alveari era troppo appropriata – e troppo autentica – per non essere ricordata (UC Davis).

Che cosa conviene registrare

Sono molto più utili registrazioni ripetute e confrontabili:

  • inizio, massimo e fine delle principali fioriture;
  • peso delle arnie o variazioni di peso giornaliere;
  • temperatura, precipitazioni, vento e radiazione solare;
  • ore o giornate effettivamente utili al volo;
  • grandinate, gelate, allagamenti e ondate di calore;
  • forza, scorte e stato sanitario delle colonie;
  • quantità raccolta e risultati delle analisi melissopalinologiche, quando disponibili.

Questi dati non trasformano automaticamente un apicoltore in un climatologo, ma permettono di distinguere meglio fra impressione, correlazione locale e ipotesi da verificare. Per la programmazione delle attività è disponibile anche l’Analisi meteo operativa di ApiBuzz Pro, che resta uno strumento previsionale di supporto e non un sistema di attribuzione climatica.

Quello che sappiamo e quello che non sappiamo

La scienza sostiene con buone evidenze che:

  • ENSO modifica la circolazione atmosferica globale;
  • il suo segnale sull’Europa è più debole e variabile rispetto a molte regioni tropicali;
  • temperatura, luce, vento e pioggia influenzano l’attività di bottinamento;
  • siccità e caldo possono modificare fioritura e offerta di nettare;
  • le colonie regolano attivamente il microclima, impiegando api, acqua ed energia;
  • la sequenza degli eventi può contare più della media stagionale.

Non possiamo invece affermare, senza analisi specifiche, che:

  • El Niño causerà un determinato inverno o una determinata primavera in Italia;
  • una singola grandinata italiana sia stata provocata da El Niño;
  • un raccolto scarso dipenda principalmente da ENSO;
  • esista una percentuale generale di miele perso per ogni evento estremo;
  • un miele possieda caratteristiche analitiche tipiche di un anno di El Niño.

Dal Pacifico all’alveare, senza scorciatoie

El Niño può cambiare anche il miele italiano? Può contribuire indirettamente a cambiarne quantità, calendario e origine botanica, ma non agisce come una causa unica né produce effetti locali inevitabili.

È una risposta meno spettacolare di “El Niño rovinerà il miele“. Ed è proprio per questo più interessante.

Il valore del fenomeno, per chi osserva le api, non consiste nell’offrire un nuovo colpevole per ogni annata negativa. Consiste nel ricordarci che l’alveare è inserito in una rete di relazioni che parte dal suolo e dalle piante, attraversa l’atmosfera e, talvolta, arriva fino agli oceani.

Ma quando il melario rimane leggero, la spiegazione va cercata ricostruendo tutta la catena. Il Pacifico può essere l’inizio della storia. Raramente è, da solo, il finale.

Fonti principali

  1. NOAA Climate Prediction Center. ENSO Diagnostic Discussion, 10 settembre 2026. Bollettino ufficiale.
  2. NOAA/National Weather Service. What is El Niño–Southern Oscillation (ENSO)? Scheda scientifica.
  3. Brönnimann S. (2007). Impact of El Niño–Southern Oscillation on European climate. Reviews of Geophysics, 45. DOI: 10.1029/2006RG000199.
  4. Fernández-Castillo P. et al. (2025). Multidecadal variability of the ENSO early-winter teleconnection to Europe and implications for seasonal forecasting. npj Climate and Atmospheric Science, 8, 272. DOI: 10.1038/s41612-025-01160-3.
  5. Vincze C. (2025). A review of short-term weather impacts on honey production. International Journal of Biometeorology, 69, 303–317. DOI: 10.1007/s00484-024-02824-0.
  6. Clarke D., Robert D. (2018). Predictive modelling of honey bee foraging activity using local weather conditions. Apidologie, 49, 386–396. DOI: 10.1007/s13592-018-0565-3.
  7. Lawson D.A., Rands S.A. (2019). The effects of rainfall on plant–pollinator interactions. Arthropod-Plant Interactions, 13, 561–569. DOI: 10.1007/s11829-019-09686-z.
  8. Frigero M.L.P. et al. (2025). Extreme events induced by climate change alter nectar offer to pollinators in cross pollination-dependent crops. Scientific Reports, 15, 10852. DOI: 10.1038/s41598-025-94565-2.
  9. Stabentheiner A., Kovac H., Brodschneider R. (2010). Honeybee colony thermoregulation-regulatory mechanisms and contribution of individuals in dependence on age, location and thermal stress. PLoS ONE, 5(1), e8967. DOI: 10.1371/journal.pone.0008967.
  10. IPCC (2021). Climate Change 2021: The Physical Science Basis, Chapter 4. Capitolo ufficiale.
  11. Meikle W.G., Rector B.G., Mercadier G., Holst N. (2008). Within-day variation in continuous hive weight data as a measure of honey bee colony activity. Apidologie, 39, 694–707. DOI: 10.1051/apido:2008055.
  12. Czekońska K., Łopuch S., Miścicki S. (2023). Monitoring of hive weight changes in various landscapes. Apidologie, 54, 30. DOI: 10.1007/s13592-023-01012-0.
  13. NOAA Pacific Marine Environmental Laboratory. What is El Niño? Scheda istituzionale.
  14. University of California, Davis. E. L. Niño Bee Lab – Research. Pagina istituzionale.

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