Perché le api stanno diminuendo in Italia

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In Italia (e in Europa) la narrativa più diffusa è questa: “Le api stanno scomparendo per colpa dei pesticidi”. È una mezza verità comoda. E le mezze verità, in apicoltura, fanno danni come gli interventi “a sentimento“.

La verità completa è più scomoda: le api stanno diminuendo perché il territorio è diventato un ambiente strutturalmente ostile, dove molte pressioni agiscono insieme: alcune uccidono subito, altre logorano lentamente fino al collasso.

E no: non riguarda solo Apis mellifera (l’ape allevata). Riguarda anche e soprattutto gli impollinatori selvatici, che non hanno l’apicoltore a tamponare i danni e quindi spesso spariscono in silenzio. La Commissione Europea parla esplicitamente di impegno a invertire il declino degli impollinatori selvatici entro il 2030.

Prima pietra: distinguiamo due crisi diverse (ma collegate)

  1. Crisi dell’ape allevata (colonie): perdite, colonie deboli, cali produttivi, problemi sanitari e gestionali;
  2. Crisi degli impollinatori selvatici (biodiversità): specie che calano, habitat che spariscono, popolazioni che non si riprendono.

Sono collegate, ma non identiche. Confonderle crea soluzioni sbagliate (tipo: “mettiamo più arnie ovunque” – che in certi contesti può perfino peggiorare la competizione per le risorse).

In pratica: l’apicoltura può tamponare gli effetti, ma non può sostituire un ecosistema sano.

Cosa sappiamo davvero sulle perdite in Italia

In Italia esiste un monitoraggio strutturato delle perdite invernali tramite il network COLOSS (questionari raccolti dagli apicoltori e analizzati con criteri comparabili tra Paesi).

Nel report sulle perdite dell’inverno 2023/2024 in Italia, basato su centinaia di risposte, emerge un quadro che non puoi liquidare con “è stata una stagione storta“: la maggioranza dei rispondenti ha riportato perdite e, soprattutto, un forte impoverimento del patrimonio di colonie rispetto all’anno precedente.

Attenzione: i questionari non sono un “censimento perfetto” (dipendono da chi risponde), ma sono uno dei pochi strumenti consistenti per leggere trend e fattori ricorrenti.

E soprattutto ti dicono una cosa pratica: non è un problema sporadico. È un trend strutturale che richiede gestione sanitaria rigorosa e politiche territoriali intelligenti.

Perdita e frammentazione degli habitat: meno fiori, peggio distribuiti

Il primo killer delle api non è “un veleno“. È la fame strutturale.

Non perché manchino fiori in assoluto, ma perché:

  • il territorio è diventato un mosaico spezzato (siepi tolte, margini puliti, incolti azzerati);
  • molte aree offrono nettare e polline per poche settimane, poi nulla (il classico “boom” e poi deserto);
  • le fioriture diventano meno diversificate: dieta monotona = immunità peggiore. È lo stesso principio che vale per noi: una dieta povera rende fragili.

Questo è uno dei driver centrali riconosciuti anche a livello internazionale: cambiamenti d’uso del suolo e intensificazione agricola riducono risorse e siti di nidificazione per gli impollinatori.

Traduzione brutale: puoi avere l’arnia più “forte” del mondo, ma se intorno c’è un territorio sterile, stai allevando stress.

Agricoltura intensiva: non solo pesticidi, anche “deserto verde”

Quando si parla di agricoltura intensiva, molti pensano solo ai trattamenti. In realtà l’intensivo è anche:

  • semplificazione del paesaggio;
  • monocolture;
  • sfalci e trinciature che azzerano fioriture spontanee;
  • drenaggi e perdita di micro-ambienti umidi (fondamentali in estate).

Il risultato è un paradosso reale: paesaggi “ordinati” per l’estetica umana, ma biologicamente desertificati. In assenza di risorse continue, le api non si adattano per magia: erodono le scorte, restringono la covata, abbassano la temperatura del nido e scivolano in uno stato di fragilità cronica che amplifica ogni altra pressione – dalla varroa ai pesticidi, dal clima alle carenze nutrizionali.

Pesticidi: non sempre “strage”, spesso danno sub-letale e cumulativo

Qui serve freddezza. È vero che i pesticidi possono causare morie acute, ma il problema moderno spesso è più subdolo: esposizioni ripetute a dosi non immediatamente letali, su più vie (nettare, polline, acqua, polvere, guttazione) e in miscela con altri stress.

L’EFSA ha aggiornato la propria guida per valutare il rischio dei prodotti fitosanitari sulle api, includendo non solo l’ape mellifera ma anche bombi e api solitarie, e considerando scenari di esposizione più realistici. Se un’istituzione tecnica come EFSA rivede la guida, è perché il rischio non è un’opinione: è un problema complesso da misurare meglio.

Punto chiave (spesso ignorato): anche quando un trattamento “non fa morire subito“, può:

  • ridurre orientamento e ritorno delle bottinatrici;
  • peggiorare l’efficienza di raccolta;
  • alterare comportamento e sviluppo;
  • aumentare suscettibilità a patogeni.

Non è sempre un coltello. A volte è carta vetrata. E la carta vetrata, strofinata ogni giorno, consuma comunque.

Patogeni e parassiti: varroa e compagnia non sono “un dettaglio”

Varroa destructor non è “un problema tra i tanti“: è spesso la base su cui si innestano gli altri danni. La varroa:

  • sottrae risorse;
  • danneggia direttamente le api;
  • soprattutto veicola e amplifica virus (con effetti devastanti su vitalità e longevità).

E qui arriva la parte che a molti non piace: la gestione apistica è parte della causa quando è approssimativa. Colonie lasciate andare, trattamenti fatti male, reinfestazioni da apiari vicini, deriva di fuchi e saccheggio: tutto questo crea “pressione sanitaria” di territorio.

Non è colpa dell’apicoltore singolo. È un effetto di sistema. Ma va detto. In apicoltura moderna, la varroa è un problema gestionale prima che biologico.

Cambiamento climatico: non è uno sfondo, è una forza che riscrive le stagioni

Il clima non “rovina solo il raccolto“. Sta cambiando:

  • tempi e durata delle fioriture;
  • disponibilità di acqua;
  • finestre di bottinatura;
  • stress termico e idrico delle piante (meno nettare, meno costante).

In molte zone italiane vediamo acacie che partono prima e finiscono prima, lasciando alveari potenti ma improvvisamente senza risorse.

L’EEA e le istituzioni europee collocano il declino degli impollinatori dentro una crisi più ampia di biodiversità e cambiamento ambientale, e spingono azioni per fermare la tendenza entro il 2030.

Traduzione pratica: le routine apistiche “di una volta” funzionano sempre meno perché il calendario biologico del territorio si è sfasato. Le api seguono segnali ambientali reali, non le nostre tradizioni.

Inquinamento e contaminanti: un tema meno “viral”, ma reale

Oltre ai fitofarmaci, c’è l’inquinamento diffuso:

  • metalli pesanti e contaminanti industriali/urbani;
  • inquinamento atmosferico che altera segnali olfattivi floreali (in generale, non solo per le api);
  • inquinamento di suolo e acqua.

ISPRA tratta il tema del declino degli impollinatori come fenomeno legato a pressioni multiple e sinergiche, includendo degradazione degli habitat e inquinamento ambientale.

Il pezzo che nessuno vuole sentire: “salvare le api” non significa mettere più arnie

Le api allevate non sono un “cerotto universale” sulla biodiversità. L’UE parla di declino degli impollinatori selvatici perché il problema non è solo produttivo, è ecologico.

E infatti IUCN nel 2025 ha riportato che almeno 172 specie di api selvatiche europee (su 1.928 valutate) sono a rischio estinzione, con aumento rispetto alla valutazione precedente e migliore copertura dei dati.

Questo significa una cosa semplice: se il territorio collassa, collassa anche il “servizio” di impollinazione. E l’ape allevata non può sostituire la rete completa di impollinatori che sostiene ecosistemi e colture.

Quindi: cosa si fa, concretamente

Per chi gestisce territorio (agricoltori, enti, comuni):

  • Ricostruire continuità di fioriture: margini fioriti, siepi, prati stabili, fasce tampone;
  • Ridurre “pulizia ecologica” inutile: bordi trinciati a tappeto = deserto;
  • Pianificare sfalci e lavorazioni con logica (non a calendario cieco).

Per chi fa apicoltura (seria):

  • Gestione sanitaria rigorosa: con la varroa non “si spera che vada bene“, si misura, si decide e si interviene in modo mirato.
  • Evitare sovraccarico di arnie in aree povere: densità e risorsa devono stare insieme, non in guerra.
  • Osservare e registrare: meteo, fioriture, peso, covata, scorte. Senza dati, restano solo superstizioni.
  • L’alveare sano nasce prima dal territorio, poi dal trattamento.

Per chi è “cittadino(e ha un balcone o un giardino):

  • Piante nettarifere e pollinifere a fioritura scalare (non solo “una fioritura bella a maggio“);
  • Zero insetticidi “perché c’è l’afide”: spesso stai sparando nel mucchio;
  • Acqua disponibile in estate (banalissima, ma devastante quando manca).

Conclusione: le api non stanno “sparendo”. Stanno rispondendo.

Il declino delle api (e degli impollinatori) non è un mistero mistico. È una risposta biologica a un ambiente diventato:

  • più povero di risorse;
  • più frammentato;
  • più tossico in modo cronico;
  • più instabile climaticamente;
  • più carico di patogeni e stress gestionali.

La cosa più importante da capire è questa: non esiste una “cura unica”. Esiste una strategia: ricostruire territorio, ridurre pressioni, gestire meglio, misurare di più.

E sì: fa meno spettacolo degli slogan, ma è l’unica strada che funziona davvero.

Bibliografia essenziale

  • IPBES (2016). Assessment on pollinators, pollination and food production;
  • EFSA (2023). Guidance on risk assessment for bees;
  • Commissione Europea (2023). New Deal for Pollinators;
  • EEA (2025). Reversing pollinator decline in Europe;
  • IUCN (2025). Red List of European wild bees;
  • ISPRA. Il declino degli impollinatori in Italia;
  • IZSVe – COLOSS Italia (2023/2024). Perdite invernali delle colonie.

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