Ci sono sapori che riconosciamo prima ancora di riuscire a descriverli.
Non perché contengano davvero una strada, una collina o una stagione.
Ma perché, qualche volta, riescono a ricordarcele.
“Sa di qui” nasce da questa idea.
Questa volta BeeTunes parte da qualcosa di molto concreto: un vasetto di miele millefiori prodotto sulle colline arceviesi.
Non un miele immaginario.
Proprio quello.
Quello prodotto dalle api durante una determinata stagione, in un determinato territorio, e che mesi dopo continua a portarsi dietro tutto ciò che è successo prima di arrivare nel barattolo.
La canzone prova a raccontarlo con una frase molto semplice:
A gennaio sa ancora di luglio.
Luglio, naturalmente, non può rimanere dentro un vasetto.
Ma qualche volta un sapore riesce a riportarcelo.
Il testo e l’idea
La canzone comincia nel pieno dell’estate.
Luglio trema sopra la collina,
la strada bianca abbaglia sotto il sole.
Non servono coordinate.
Ci sono il caldo, una strada, le colline.
Poi arriva un rumore.
Tra un campo e l’altro passa un ronzio,
poi cambia il vento
e cambia anche il colore.
È un’immagine.
Ma dietro c’è qualcosa di molto concreto.
La produzione di miele dipende da ciò che le api incontrano durante la stagione: disponibilità delle fioriture, condizioni meteorologiche, andamento delle colonie e caratteristiche del territorio.
Cambiano le condizioni.
Può cambiare anche il risultato.
Non viene uguale
Un fiore dura quello che deve,
non gli puoi chiedere di aspettare.
Una fioritura non segue il calendario dell’apicoltore.
Può iniziare prima.
Durare meno.
Essere interrotta dalla pioggia.
Trovare temperature favorevoli oppure no.
E il miele prodotto in una stagione non è necessariamente identico a quello dell’anno successivo.
Per un millefiori questo è particolarmente evidente: possono cambiare le risorse botaniche disponibili e, con esse, colore, profumi, intensità e caratteristiche sensoriali.
La canzone riduce tutto a poche parole.
Non viene uguale.
E meno male.
Non significa che diverso sia automaticamente migliore.
Significa qualcosa di più semplice: ogni raccolto appartiene anche alla stagione in cui è nato.
E quella stagione non tornerà esattamente uguale.
Luglio dentro un vetro
Poi arriva il ritornello.
Sa di qui.
Di luglio rimasto dentro un vetro,
di terra scura dopo il temporale,
di una strada bianca che ritorna verso casa.
Luglio non è un ingrediente.
Nemmeno la strada bianca.
E la terra dopo il temporale non finisce nel miele.
La canzone mette insieme immagini diverse per raccontare il rapporto tra un alimento e il luogo nel quale è nato.
Il miele può conservare caratteristiche sensoriali legate alle risorse raccolte dalle api.
Il resto lo aggiungiamo noi.
I luoghi.
Le giornate.
Gli odori.
Quello che stavamo facendo mentre quel miele veniva prodotto.
È qui che “Sa di qui” smette di essere una descrizione.
E diventa una sensazione.
Riconoscere un posto sulla lingua
Non conosco il nome di ogni fiore,
né tutte le strade prese dalle api.Ma riconosco questo posto
quando ritorna piano sulla lingua.
Nessun apicoltore può sapere dove sia stata ogni singola bottinatrice.
Le api esplorano il territorio e raccolgono ciò che trovano disponibile e conveniente in quel momento.
Un miele millefiori nasce proprio dall’intreccio di moltissimi di questi viaggi.
Questo non significa che assaggiandolo possiamo ricostruire automaticamente ogni fiore visitato.
La canzone fa un’altra cosa.
Prende la complessità di tutti quei voli e la trasforma nell’idea di riconoscere un luogo attraverso un sapore.
Non è analisi sensoriale.
È memoria.
A gennaio sa ancora di luglio
Poi la stagione cambia.
Poi arriva gennaio.
Fuori sembra tutto fermo.
Ne basta poco.
E luglio torna qui.
È probabilmente l’immagine da cui nasce tutta la canzone.
Il miele viene prodotto mentre fuori succedono molte cose.
Le piante fioriscono.
Le api volano.
Le giornate sono lunghe.
Il tempo cambia continuamente ciò che accade intorno agli alveari.
Poi passano i mesi.
Arriva l’inverno.
Apriamo lo stesso barattolo.
Dentro non è rimasto “luglio”.
È rimasto miele.
Ma noi sappiamo quando è nato.
E questo cambia il modo in cui lo assaggiamo.
A gennaio sa ancora di luglio.
Forse è proprio per questo che quella frase funziona.
Non descrive soltanto il miele.
Descrive quello che può succedere a noi quando lo assaggiamo.
Non c’è una ricetta per rifare un’estate
Nel bridge la canzone torna sulla stessa idea.
Non c’è una ricetta
per rifare un’estate.Non c’è un modo
per fermare il vento.
In apicoltura possiamo fare moltissimo.
Possiamo scegliere dove collocare gli alveari, seguirne lo sviluppo, gestire gli spazi, controllarne lo stato sanitario e decidere quando intervenire.
Ma una parte fondamentale rimane fuori dal nostro controllo.
Domani cambierà qualche fiore,
cambierà il sole,
cambieremo anche noi.E quello che verrà
avrà un altro sapore.
È poesia, non una previsione.
Non sappiamo se il miele dell’anno successivo avrà necessariamente un sapore diverso.
Sappiamo però che non potremo ricostruire esattamente la stessa stagione.
Gli stessi giorni.
Le stesse fioriture.
Lo stesso andamento del tempo.
Gli stessi voli.
Ed è proprio questo che rende ogni raccolto legato al momento in cui è avvenuto.
Dentro un vetro
Alla fine rimane un’immagine molto piccola.
Un’estate passa,
ma qualcosa rimane.Dentro un vetro.
Dentro un ricordo.
Questa volta il vasetto che accompagna la canzone è reale.
È il nostro miele millefiori.
Non perché un miele locale sia automaticamente migliore.
Non perché un territorio possa essere davvero rinchiuso dentro un barattolo.
E nemmeno perché ogni cucchiaino debba trasformarsi in poesia.
È semplicemente il miele da cui è partita questa storia.
Api.
Fioriture.
Caldo.
Pioggia.
Colline.
Una stagione che passa.
Poi arriva gennaio.
Apriamo il vasetto.
E quando lo assaggi
non sa soltanto di miele.Sa di qui.
L’estate non è rimasta nel barattolo.
Ma per un momento sembra essere tornata.




