Non chiamatelo miele

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“Lo trovi sugli scaffali… ma non sa di fiori. Eppure lo chiamano miele…” Non chiamatelo miele parte da un sospetto che molti consumatori hanno provato almeno una volta davanti a uno scaffale: quanto sappiamo davvero di ciò che c’è dentro un barattolo?

La frode nel settore del miele esiste. L’aggiunta di sciroppi zuccherini, la falsa dichiarazione dell’origine e altre forme di adulterazione sono problemi reali e oggetto di controlli.

Ma proprio per questo vale la pena distinguere.

Un miele economico non è necessariamente falso. Un miele importato non è necessariamente adulterato. Un colore molto chiaro non dimostra nulla. E neppure il gusto, da solo, può stabilire l’autenticità di un miele.

La canzone usa volutamente immagini più nette.

L’articolo prova a guardare cosa c’è dietro.

Il testo e l’idea

Lo trovi sugli scaffali… ma non sa di fiori.
Eppure lo chiamano “miele”…

È una provocazione efficace, ma cominciamo subito con una precisazione.

Non tutto il miele nasce dai fiori.

Oltre al miele di nettare esiste il miele di melata, prodotto a partire dalle secrezioni delle piante o dalle sostanze espulse da insetti che si nutrono della loro linfa.

Quindi “sapere di fiori” non è una prova di autenticità.

Il verso esprime piuttosto un’altra sensazione: quella di trovarsi davanti a un prodotto che sembra aver perso qualsiasi legame riconoscibile con la propria origine.

Ed è da questa sensazione che parte la canzone.

L’hai visto in offerta, troppo perfetto,
colore chiaro, sapore sospetto.

Anche qui bisogna separare impressione e realtà.

Il miele può essere naturalmente quasi incolore oppure molto scuro. Può essere liquido, viscoso o cristallizzato. Profumo e sapore possono essere intensi oppure delicati.

Non esiste un aspetto che, da solo, permetta di riconoscere il “miele vero”.

Neppure un prezzo molto basso dimostra una frode.

Può però far nascere una domanda legittima:

da dove arriva questo miele e come è stato prodotto?

È una domanda molto più utile di qualsiasi prova casalinga basata su colore, consistenza o velocità di cristallizzazione.

Dice “millefiori”, ma non dice quali

Nemmeno questo è, di per sé, un segnale d’allarme.

Un millefiori nasce proprio dalla presenza contemporanea di più origini botaniche e non deve trasformarsi necessariamente nell’elenco dei fiori visitati dalle api.

La varietà è anzi una delle caratteristiche più interessanti del miele: due millefiori prodotti in territori o periodi diversi possono avere profumi, colori e sapori molto differenti.

La diversità non rende un miele meno autentico.

Può renderlo più difficile da raccontare con una sola parola.

È passato da filtri, calore e pressioni,
ha perso nel viaggio le sue emozioni.

Qui il brano mette insieme trasformazioni diverse.

Il miele può essere sottoposto a operazioni necessarie per estrarlo, pulirlo, confezionarlo e mantenerlo lavorabile.

La filtrazione, quindi, non rende automaticamente un miele falso. Anche il riscaldamento può essere utilizzato durante la lavorazione.

La questione è quanto si interviene.

Un trattamento termico eccessivo può alterare alcune caratteristiche del miele e inattivare significativamente gli enzimi naturali. Una filtrazione molto spinta può invece rimuovere quantità importanti di polline.

La normativa distingue queste situazioni e stabilisce criteri specifici per il riscaldamento e per la rimozione del polline.

La canzone chiama tutto questo “emozioni perdute”.

La tecnologia alimentare usa parole meno poetiche.

Ma la domanda resta interessante:

quanto del prodotto originario vogliamo ritrovare nel barattolo?

Non chiamatelo miele, se il fiore non c’è

Letteralmente, abbiamo già visto che non funzionerebbe.

Esiste la melata.

Ma c’è un confine molto più preciso.

Per poter essere chiamato miele, un prodotto deve derivare dall’attività delle api secondo la definizione prevista per il miele e non può essere allungato con sciroppi o altri ingredienti estranei.

Se vengono aggiunti zuccheri per aumentarne artificialmente la quantità, non stiamo più semplicemente discutendo di miele buono o cattivo.

Stiamo parlando di adulterazione.

Ed è qui che il titolo della canzone acquista un significato molto meno metaforico:

non chiamatelo miele.

Se ha visto la Cina ma non i fiori

È probabilmente il verso più provocatorio del brano.

E quello che richiede la precisazione più importante.

La provenienza dalla Cina non rende un miele falso.

Un miele cinese conforme alle norme è miele esattamente come un miele prodotto in Italia.

Il problema reale è un altro.

Nell’azione coordinata dell’Unione europea condotta nel 2021-2022, 147 dei 320 campioni di miele importato analizzati furono classificati come sospetti di non conformità per la possibile presenza di zuccheri estranei. Tra i campioni dichiarati di origine cinese, furono 66 su 89.

Sono dati importanti, ma vanno letti correttamente: la stessa Commissione europea precisa che il controllo non era progettato per rappresentare l’intero mercato del miele e che i risultati non possono essere generalizzati a tutto il miele proveniente da un determinato paese.

Questo giustifica controlli seri.

Non giustifica l’equazione:

Cina = miele falso.

La provenienza è un’informazione.

Non è una sentenza.

Se ha fatto più dogane che l’ape più stanca

Qui invece la battuta centra un tema reale senza bisogno di demonizzare il commercio internazionale.

Il miele viaggia.

Può essere prodotto in un paese, commercializzato da un altro, miscelato con mieli di origini diverse e infine confezionato altrove.

Non c’è necessariamente qualcosa di scorretto in tutto questo.

Ma più una filiera diventa lunga e complessa, più tracciabilità e trasparenza diventano importanti.

Sapere da dove arriva il miele permette al consumatore di scegliere.

Ed è diverso dal chiedergli semplicemente di fidarsi dell’immagine stampata sul vasetto.

Il miele vero ha il gusto dei prati,
di giorni di sole e fiori bagnati.

Torniamo alla poesia.

Il miele non contiene letteralmente il sole, la pioggia o un prato.

Eppure è uno degli alimenti nei quali il territorio può lasciare un’impronta sorprendentemente riconoscibile.

Cambiano le fioriture.

Cambia il clima.

Cambia la stagione.

Cambiano le risorse disponibili alle api.

E cambiano colore, profumo, consistenza e sapore del miele.

È forse questo il significato più interessante di “miele vero” nella canzone:

non un miele necessariamente migliore perché locale o artigianale, ma un prodotto del quale riusciamo ancora a ricostruire una storia.

Ma quel barattolo, bello senz’anima,
non sa di nulla…

Qui entriamo completamente nel giudizio sensoriale.

Un miele molto delicato non è meno autentico di uno aromatico.

Un miele che non ci piace non è falso.

E, al contrario, un prodotto adulterato potrebbe essere costruito proprio per apparire perfettamente credibile al consumatore.

Il palato può valutare un miele. Non può certificarne l’autenticità.

Ed è una distinzione fondamentale.

Se il prezzo trionfa e il senso si spegne,
porti a casa un barattolo che mente.

Il prezzo conta.

Ma anche qui bisogna stare attenti alle scorciatoie.

Un prezzo basso può derivare da produzioni su larga scala, differenti costi di produzione, importazioni, miscele o strategie commerciali.

Non dimostra una frode.

Allo stesso tempo, il miele è un prodotto agricolo che richiede territorio, colonie, lavoro, attrezzature, controlli e una stagione produttiva che non può essere programmata come una catena industriale.

Quando il prezzo diventa l’unico criterio di scelta, una parte di questa complessità inevitabilmente scompare dalla nostra decisione.

Chiedersi perché un miele costi poco è sensato. Stabilire dal prezzo che sia falso non lo è.

Non chiamatelo miele, se l’anima è via

“Anima” naturalmente non è una categoria merceologica.

Ma forse è la parola con cui il brano prova a riunire tutte le altre:

origine.

territorio.

api.

tracciabilità.

profumi.

lavoro.

Quando sappiamo poco o nulla di tutto questo, il miele rischia di trasformarsi ai nostri occhi in un semplice dolcificante dorato.

Ed è proprio contro questa riduzione che protesta la canzone.

Se non sa di timo, di rovo o di alloro

Neppure timo, rovo o alloro sono test di autenticità.

Esistono centinaia di possibili origini botaniche e infinite combinazioni nei mieli multiflorali.

Ma il verso racconta bene una delle esperienze più affascinanti del miele:

scoprire che prodotti apparentemente simili possono raccontare paesaggi completamente diversi.

Non perché uno sia “vero” e l’altro no.

Perché il miele non è sempre uguale a se stesso.

Non chiamatelo miele… se non c’è ape

Qui, finalmente, possiamo prendere il testo quasi alla lettera.

Il miele esiste perché esistono le api che raccolgono nettare o melata, li trasformano, li depositano nei favi, li disidratano e li lasciano maturare.

Aggiungere uno sciroppo zuccherino a qualcosa che assomiglia al miele può produrre un alimento dolce, viscoso e dorato.

Non lo rende miele.

Ed è forse questa la linea più semplice che il brano cercava fin dall’inizio.

Guardare oltre il barattolo

Non chiamatelo miele nasce come una canzone arrabbiata.

Per questo semplifica.

Mette da una parte il miele “vero” e dall’altra quello industriale, importato, economico o anonimo.

La realtà è meno comoda.

Un miele industriale può essere autentico.
Un miele importato può essere eccellente.
Un miele locale può avere difetti.
Un prezzo alto non garantisce la qualità.
Un prezzo basso non dimostra una frode.

E un miele adulterato può essere abbastanza sofisticato da non rivelarsi semplicemente guardandolo o assaggiandolo.

Per questo la scelta consapevole non nasce dalla ricerca di una formula magica per riconoscere il “vero miele”.

Nasce da domande migliori.

Da dove proviene?
Chi lo ha prodotto?
È una miscela?
Quali informazioni offre l’etichetta?
La sua storia è ricostruibile?

Forse è questo che resta della provocazione della canzone quando togliamo musica, slogan e metafore.

Non diffidare di tutto.

Sapere che cosa stiamo comprando.

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