Ali Mozze

Tempo di lettura: 4 minuti

“Le ho tagliato un’ala… Una sola… Per non farla volare.” Ali Mozze comincia da un gesto reale dell’apicoltura e lo porta immediatamente fuori dal solo terreno tecnico.

La pratica è conosciuta come taglio dell’ala della regina, o clippatura della regina: consiste nel recidere una parte di un’ala anteriore di una regina feconda, limitandone la capacità di volo.

Viene utilizzata come strumento di gestione in caso di sciamatura, ma non elimina né riduce l’impulso della colonia a sciamare. Se la colonia tenta di partire, la regina clippata non riesce a volare normalmente con lo sciame e può cadere o fermarsi nei pressi dell’alveare, dando all’apicoltore la possibilità di intervenire.

Ali Mozze, però, non nasce per spiegare una tecnica.

Prende quel gesto concreto e lo trasforma in una metafora di controllo, limite e rapporto tra l’uomo e ciò che cerca di governare.

Il testo e l’idea

Le ho tagliato un’ala… Una sola… Per non farla volare.

Non ci sono giri di parole.

Il brano parte esattamente dal gesto che vuole raccontare, ma sceglie di guardarlo da una prospettiva diversa da quella dell’apicoltore che applica una tecnica.

Immagina la regina.

Naturalmente non possiamo attribuirle concetti umani come libertà, costrizione, desiderio o volontà di partire. La canzone le presta deliberatamente la nostra voce.

Ed è proprio da questa scelta che nasce tutto il resto.

La regina si sveglia col sole sul petto,
ma un’ala manca, e il cielo è più stretto.

Qui siamo dentro la metafora.

Per una regina clippata esiste una limitazione fisica concreta: non può compiere normalmente il volo necessario a seguire lo sciame.

La canzone trasforma quella limitazione in un’immagine molto più umana:

poter vedere il cielo e non poterlo raggiungere.

Non è etologia.

È poesia.

Chi taglia l’ala teme il vento

È forse uno dei versi che raccontano meglio il punto di vista di Ali Mozze.

L’apicoltore cerca continuamente di gestire fenomeni biologici sui quali non possiede un controllo assoluto: crescita della colonia, sciamatura, sostituzione della regina, raccolti, parassiti, clima.

Ma sarebbe troppo semplice trasformare tutto questo in uno scontro tra un uomo che vuole comandare e una natura che vuole essere libera.

L’apicoltura stessa è gestione.

Apriamo gli alveari. Spostiamo telaini. Aggiungiamo spazio. Creiamo nuclei. Controlliamo la sciamatura. Trattiamo contro la Varroa. Sostituiamo regine. Scegliamo dove collocare le colonie.

La domanda posta dal brano, allora, diventa più interessante:

fino a dove vogliamo intervenire?

Regina resta – non per scelta!

“Scelta” è una parola nostra.

La regina non decide di partire o restare nel modo in cui una persona prende una decisione consapevole.

La colonia, però, può avviare il processo naturale della sciamatura e l’apicoltore può intervenire modificando fisicamente la capacità di volo della regina.

La canzone prende questo contrasto e lo porta sul terreno umano:

restare perché qualcuno ha reso impossibile partire.

È una metafora.

Ed è volutamente scomoda.

Taglia l’ala, salva il nido!
Una regina senza cielo,
fa più miele, meno volo!

Qui Ali Mozze forza deliberatamente la realtà.

La clippatura non impedisce alla colonia di sviluppare l’impulso alla sciamatura e non rappresenta, da sola, una soluzione completa al suo controllo.

Anche il “fa più miele” appartiene alla provocazione della canzone: tagliare un’ala alla regina non significa automaticamente aumentare la produzione.

Il verso costruisce invece uno scambio simbolico.

Il volo contro il miele.

La libertà immaginata dalla canzone contro le esigenze della gestione.

La realtà dell’alveare è molto più complessa.

La canzone sceglie di renderla brutalmente semplice.

Chi comanda chi, se l’ala non c’è?

Probabilmente è la domanda più interessante dell’intero brano.

Il rapporto tra apicoltore e colonia non è mai quello tra qualcuno che controlla completamente e qualcosa che obbedisce.

Possiamo intervenire sull’alveare.

Non possiamo programmarlo.

Una colonia può prepararsi a sciamare nonostante i nostri tentativi di evitarlo. Può sostituire una regina. Può crescere in maniera diversa da quella prevista. Può rispondere alle condizioni ambientali prima ancora che noi ne comprendiamo i segnali.

L’apicoltore gestisce.

Le api continuano a essere api.

L’alveare osserva, mormora piano

No, l’alveare non osserva e non giudica.

Qui diventa apertamente un personaggio.

È una voce collettiva immaginaria che permette alla canzone di allargare lo sguardo dalla singola regina all’intera colonia.

L’antropomorfismo è evidente e intenzionale.

Ali Mozze non ci sta dicendo cosa pensano le api.

Sta usando le api per far pensare noi.

Un re senza corona, un cuore ferito

Una regina non possiede un “cuore ferito” nel senso emotivo che attribuiamo a questa espressione.

Ma la canzone non sta descrivendo la fisiologia di un insetto.

Fa qualcosa che l’uomo fa da millenni: usa un animale e la sua storia per parlare di comportamenti, paure e contraddizioni umane.

La regina diventa così un simbolo.

Conserva il suo ruolo.

Ma perde il cielo che la canzone le aveva attribuito.

Non puoi sparare a chi non combatte,
non puoi spegnere chi si nasconde

A questo punto il brano si allontana quasi completamente dall’apicoltura.

Non sta più parlando di una tecnica di gestione.

Parla del modo in cui esercitiamo il controllo quando ciò che abbiamo davanti non può risponderci con i nostri stessi strumenti.

È probabilmente il passaggio più apertamente etico della canzone: chi possiede il potere di intervenire possiede anche la responsabilità di chiedersi fino a dove sia giusto usarlo.

Non c’è una risposta nel testo.

C’è una domanda lasciata aperta.

Ed è più interessante così.

Ali che si spezzano – tac – tac!
Volo che si nega – trac – trac!

Il ritornello è volutamente sgradevole.

Il suono del gesto viene quasi trasformato in percussione.

Non cerca delicatezza e non cerca neutralità.

È il punto di vista scelto dalla canzone e va letto come tale: una rappresentazione artistica volutamente estrema di una pratica reale.

Questo non significa che il testo costituisca una descrizione oggettiva della clippatura, né un giudizio tecnico su chi la utilizza.

Significa che Ali Mozze ha scelto da che parte guardare la scena.

Dalla parte dell’ala.

Le ho tagliato un’ala… Una sola…
Eppure, nessuno vola più.

Il finale porta definitivamente il brano fuori dall’alveare.

Naturalmente non è ciò che avviene biologicamente: tagliare una parte dell’ala della regina non impedisce alle operaie di volare e non immobilizza la colonia.

Quel “nessuno vola più” appartiene interamente alla metafora.

Il gesto compiuto su un solo individuo diventa l’immagine di qualcosa che modifica l’intero equilibrio.

Ed è qui che Ali Mozze smette davvero di parlare della regina.

Parla di noi.

Del bisogno di controllare ciò che potrebbe sfuggirci.

Del confine, non sempre facile da individuare, tra gestione e dominio.

E della domanda che rimane quando una tecnica perfettamente comprensibile sul piano pratico viene osservata da un punto di vista completamente diverso:

solo perché possiamo intervenire, significa che dobbiamo sempre farlo?

Ali Mozze non dà una risposta.

Lascia un’ala a terra.

E ci chiede di guardarla.

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