Miele ApiBuzz

Tempo di lettura: 5 minuti

Ci sono alimenti che descriviamo soprattutto per quello che contengono.

E poi ce ne sono altri che finiscono per ricordarci anche un luogo, una stagione, un profumo o un momento.

“Miele ApiBuzz” nasce da qui.

È una canzone leggera, volutamente giocosa, che prende un gesto semplicissimo – spalmare il miele sul pane – e lo trasforma in un piccolo racconto fatto di api, territorio, tempo e memoria.

Vuole raccontare qualcosa di molto semplice:
quanto può esserci dietro un cucchiaino di miele.

Il testo e l’idea

Spalma, spalma, spalma, hey!
Sul pane e sulla vita, dove vuoi tu

Il brano non perde tempo.

Parte dal miele come lo incontriamo più spesso: qualcosa da mangiare.

Pane e miele.

Un gesto normale, quasi banale.

Poi però arriva “sulla vita” e il significato cambia.

Naturalmente il miele non aggiusta la vita e non risolve le sue crepe.

La canzone prende semplicemente quella sensazione familiare per cui un sapore, un profumo o una colazione possono diventare qualcosa di più dell’alimento che abbiamo davanti.

Il miele resta miele.

Siamo noi ad aggiungerci i ricordi.

Colore d’ambra, profumo di bosco e virtù

È una bella immagine.

Ma non è la descrizione di tutti i mieli.

Un miele può essere quasi trasparente oppure molto scuro. Può avere aromi floreali, vegetali, fruttati, speziati, balsamici o presentare caratteristiche completamente diverse a seconda della sua origine.

E non tutto il miele nasce dal nettare dei fiori: esiste anche il miele di melata.

L’ambra e il bosco sono quindi colori della canzone, non una carta d’identità del miele.

Ed è proprio la varietà una delle sue caratteristiche più interessanti.

Scivola lento, un pensiero buono,
tra briciole e sogni al mattino

Qui non c’è molto da spiegare.

C’è una colazione.

Il miele scende lentamente.

E per qualche secondo il tempo sembra fare altrettanto.

Forse il senso del brano è già quasi tutto qui: prendere una cosa quotidiana e guardarla un po’ più attentamente.

Un favo aperto, un canto nel vento,
l’ape danza e lascia un frammento

Dietro il miele c’è realmente un processo molto più complesso di quello che vediamo nel barattolo.

Le api raccolgono nettare o melata, li trasportano all’alveare, li elaborano, riducono progressivamente il contenuto d’acqua e li conservano nei favi fino alla maturazione.

La “danza” evocata dalla canzone richiama invece uno dei comportamenti più conosciuti delle api: il sistema con cui le bottinatrici possono comunicare alle compagne informazioni sulla posizione di una risorsa.

Il verso mette tutto insieme in pochi secondi.

Biologia trasformata in immagine.

Nessun trucco, nessun inganno

Qui possiamo essere meno poetici.

Quando un prodotto viene commercializzato come miele, non gli devono essere aggiunti zuccheri, aromi, additivi o altri ingredienti estranei.

Il miele non ha bisogno di diventare “più miele” attraverso qualcos’altro.

Allo stesso tempo, questo non significa che ogni miele debba essere identico, artigianale, locale o poco lavorato per essere autentico.

La sua autenticità non dipende dall’immagine romantica che gli costruiamo attorno.

Dipende da ciò che realmente è.

È miele vero, non solo dolcezza

“Miele vero” è un’espressione che utilizziamo spesso.

Ma vale la pena fermarsi un momento.

Il miele autentico non è necessariamente quello che corrisponde alla nostra idea del miele perfetto.

Può essere chiaro o scuro.

Liquido o cristallizzato.

Delicato oppure molto aromatico.

Prodotto vicino a casa oppure a migliaia di chilometri di distanza.

La dolcezza è una sua caratteristica evidente.

Ma non è l’unica.

A renderlo interessante sono anche acidità, aromi, consistenza e tutte quelle differenze che derivano dalle materie prime raccolte dalle api e dall’ambiente nel quale vivono.

Non viene da uno scaffale, ma da un volo

Naturalmente il miele può benissimo arrivare a noi attraverso uno scaffale.

Il verso dice un’altra cosa.

Lo scaffale è l’ultimo passaggio, non il primo.

Prima ci sono un territorio, delle colonie, risorse disponibili alle api, condizioni climatiche, una stagione produttiva e il lavoro necessario per arrivare dal favo al vasetto.

Quando vediamo soltanto il prodotto finito, tutto questo scompare facilmente.

La canzone prova a rimetterlo dietro al barattolo.

Non si compra: si scopre

In realtà si compra eccome.

Ma alcuni mieli possono anche essere scoperti.

Assaggiare mieli diversi significa accorgersi che dietro una parola apparentemente semplice — miele — possono esserci prodotti molto lontani tra loro.

Un miele di acacia non racconta le stesse sensazioni di un castagno.

Una melata non assomiglia necessariamente a un millefiori estivo.

E persino due millefiori prodotti in luoghi o momenti diversi possono essere molto differenti.

È probabilmente questa la “scoperta” a cui pensa la canzone.

Non sa di zucchero. Sa di tempo.

È uno dei versi più belli.

E uno dei meno letterali.

Il miele è costituito in gran parte da zuccheri, soprattutto fruttosio e glucosio.

Il verso è quindi volutamente paradossale.

Ma ridurre il miele alla sola dolcezza significa perdere tutto il resto.

Profumi.

Acidità.

Persistenza.

Consistenza.

Origine botanica.

Stagione.

Il “tempo” della canzone è tutto ciò che è accaduto prima che quel miele arrivasse al cucchiaino.

Sulle crepe del pane e quelle dell’anima

Sul pane funziona sicuramente.

Sull’anima entriamo in un altro territorio.

Il miele non è una terapia per le nostre fragilità e la canzone non ha bisogno di trasformarlo in una medicina per far funzionare il verso.

Qui il miele è semplicemente un’immagine di conforto.

Come possono esserlo un profumo conosciuto, una tazza calda o un sapore che ci riporta da qualche parte.

Non cura una crepa.

Può ricordarci qualcosa mentre la guardiamo.

Perché ogni ape ha portato un po’ di sé fin qua

Anche questa è poesia.

Il miele è realmente il risultato dell’attività collettiva della colonia: raccolta, trasporto, scambio, trasformazione, disidratazione e conservazione della materia prima.

Quello che per noi è un cucchiaino è il punto finale di una quantità enorme di piccole azioni.

La canzone le riassume con una frase:

“un po’ di sé”.

Non è solo miele… è memoria liquida

Probabilmente questa è l’immagine che meglio racconta tutto il brano.

Non perché il miele conservi realmente dei ricordi.

Ma perché può conservare tracce sensoriali di un luogo e di un momento.

Le risorse disponibili alle api cambiano durante l’anno.

Cambiano le condizioni meteorologiche.

Cambiano i territori.

E il miele che ne deriva può cambiare con loro.

Un vasetto non è una fotografia perfetta del paesaggio.

Ma può raccontarne qualcosa.

Ed è abbastanza.

Un filo d’oro, una goccia lenta,
chiudi gli occhi, assaggia e senti:
c’è il fiore, il campo, la stagione…

Ancora una volta la canzone sceglie i fiori.

La realtà può comprendere anche boschi, melata e paesaggi molto diversi dall’immagine del prato fiorito.

Ma il gesto suggerito dal verso è interessante:

assaggiare facendo attenzione.

Non chiedersi soltanto se un miele sia dolce o buono.

Provare a capire cosa sentiamo.

Quanto rimane.

Come cambia.

Che cosa ci ricorda.

Non serve trasformare ogni cucchiaino in una degustazione tecnica.

Basta accorgersi che miele non è il nome di un sapore solo.

Un barattolo, molte storie

Miele ApiBuzz è probabilmente il brano più semplice di BeeTunes.

Non denuncia una pratica.

Non affronta una frode.

Non chiede di salvare qualcosa.

Parla di un vasetto di miele.

E forse proprio per questo funziona.

Perché dietro un alimento quotidiano mette in fila cose che normalmente non vediamo:

api, territorio, stagione, trasformazione, lavoro e tempo.

Poi ci aggiunge qualcosa che nessuna analisi di laboratorio potrebbe misurare.

I nostri ricordi.

Il miele non contiene memoria.

Ma qualche volta riesce a risvegliarla.

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